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di GIUSEPPE MAZZETTI

La condotta tipica che il Legislatore ha voluto utilizzare per meglio specificare il concetto di cyberbullismo viene suddivisa in due forme di comportamento.

La prima, realizzata per via telematica, contro la persona fisica a danno del suo decoro e della libertà morale, con qualunque forma di pressione, aggressione, molestia, ricatto, ingiuria, denigrazione, diffamazione, ovvero, contro la tutela del dato personale, con qualsivoglia furto di identità, di alterazione, acquisizione illecita, manipolazione, trattamento illecito di dati personali.

La seconda, ancora più specifica, con la diffusione di contenuti on line nei quali vi potrebbero essere uno o più componenti della famiglia del minore e, comunque, che abbia come precipuo scopo – si parla in termini di intenzionalità e predominanza – quello di isolare un minore o un gruppo di minori, realizzando un serio abuso, un attacco dannoso, o la loro messa in ridicolo.

Leggendo la norma sorgono non pochi dubbi sul fatto che il Legislatore avrebbe potuto essere più chiaro e sintetico, piuttosto che “frenetico” ed “impulsivo”, animato senza dubbio dalla necessità di definire velocemente il cyberbullismo, per evitare che quel testo di legge, rimbalzato tra i vari scranni e rami del Parlamento, rimanesse orfano della possibilità di essere approvato.

La legge comunque c’è ed esultiamo con grande giubilo affinché sia concretamente messa in pratica, cercando, tuttavia, di capire se, nel corso della sua attuazione, si dovranno apportare celermente più appropriati correttivi.

Tornando alla definizione data dal Legislatore, ritengo, tuttavia, che la scissione delle condotte, ossia la attività telematica e la diffusione di contenuti on line, potrebbe prestarsi a critiche e strumentalizzazioni.

Occorre capire, infatti se la conseguenza del serio abuso, attacco dannoso o messa in ridicolo debba essere conseguenza esclusiva della diffusione on line di contenuti, ovvero possa anche estendersi a quelle condotte realizzate telematicamente con le quali si aggredisce, ricatta, ecc… Nel senso che sembrerebbe, di per sé, sufficiente, per esempio, il “ricatto” per via telematica, od anche l’ingiuria, per integrare il cyberbullismo, senza la necessità di dimostrare che vi sia stata quella intenzionalità e predominanza finalizzata ad isolare il minore od il gruppo di minori, ovvero a volerli mettere in ridicolo.

Ci si chiede se le semplici violazioni della privacy dovranno essere verificate nella loro sussistenza – tout court – oppure sempre nell’ottica dell’isolamento, messa in ridicolo del minore, ecc…. Indubbiamente non si sta parlando di una condotta che rileva, in questa sede, sotto il profilo penale, ma di uno strumento che serve agli operatori di settore per comprendere la tipologia dell’intervento da praticare sulle parti interessate.

La riserva di legge prevista nell’art 5 “salvo che il fatto costituisca reato” e l’esplicito richiamo dell’art. 7, per ciò che riguarda la procedura di ammonimento, “fino a che non è proposta querela o non è presentata denuncia per taluno dei reati di cui agli articoli 594, 595 e 612 del codice penale…” è abbastanza esplicita nell’indicare un percorso diverso che la vicenda potrebbe subire, se le parti interessate decidessero di attivare le opportune investigazioni della A.G., ma è anche vero che, in assenza di notitia criminis, occorre avere ben chiara la condotta fino a quel punto compiuta, per predisporre un intervento mirato e calibrato nel modo più equilibrato possibile a tutela degli stessi minori coinvolti.

Anche se effettivamente vi sono delle condotte, come per esempio il ricatto o l’aggressione, che possono essere facilmente traducibili come episodi di cyberbullismo, così non può dirsi per l’ingiuria – peraltro depenalizzata – ovvero per la diffamazione, od anche per il trattamento illecito dei dati personali, senza che sia dimostrato quel quid pluris della intenzione – serebbe più corretto inquadrarlo come dolo specifico – di arrecare un serio danno alla vita di relazione del minore.

Ritengo, pertanto, per meglio inquadrare l’ambito di azione, che tutte le condotte previste dall’art. 1, comma 2, della Legge approvata definitivamente lo scorso 17 maggio, siano esse quelle compite per via telematica o con la diffusione on line di contenuti, debbano essere comunque ricompresi nell’ambito di quello scopo intenzionale e predominante finalizzato ad isolare il minore, o il gruppo di minori, ponendo in essere seri abusi, attacchi dannosi, ovvero la loro messa in ridicolo. Diversamente, difettando questo presupposto, si potrebbe correre il rischio di percorrere sentieri tortuosi e poco chiari, all’interno dei quali il ruolo di carnefici e vittime sarebbe davvero molto sfumato e tale da indurre a commettere seri – e speriamo non irreversibili – errori di valutazione. Non ci resta, dunque, che attendere l’esito delle prime verifiche.

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CYBERBULLISMO. Alcune riflessioni sulla condotta tipica di cyberbullismo ultima modifica: 2017-05-24T21:43:37+00:00 da Redazione Yeslive
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